Robin Twite
Nel passato
La ricerca della tolleranza tra le diverse religioni è un fenomeno relativamente recente. In ogni epoca esistettero sempre molte persone che capivano l'importanza di rispettare chi appartiene ad una fede diversa, cercando anche d'imparare. L'atteggiamento più diffuso però, fu quello tenuto, ad esempio, dai crociati nei confronti degli ebrei e dei musulmani; dai missionari cristiani in India, inorriditi dagli ornamenti esteriori dell'induismo o dell'animismo; dai bramini, che ritenevano una contaminazione perfino trovarsi nell'ombra proiettata da una persona appartenente ad altra religione o casta; dai musulmani, che incitavano alla "Jihad" contro gli infedeli; o dagli ebrei ortodossi, con la loro rabbia riguardo al fenomeno dei matrimoni misti tra ebrei e gentili. Nella storia dell'umanità spesso il credo religioso è sembrato rappresentare una forza divisoria piuttosto che unificatrice.
Il movimento internazionale interreligioso, esistito da circa un centinaio d'anni, è una reazione alla sensazione che le religioni abbiano sempre generato al loro interno i semi della discordia. La sua esistenza è dovuta alla conclusione, da parte di molti capi religiosi, che tutte le maggiori religioni racchiudano degli insegnamenti positivi basilari riguardo la natura dell'uomo e la sua relazione con Dio, e che convenga cercare tali analogie piuttosto che limitarsi alla ricerca di una verità suprema. A partire dagli albori del ventesimo secolo, un crescente numero di persone aderì alle idee di Swami Vivekananda, un pioniere del movimento interreligioso, che dichiarò nel 1893: "Il cristiano non deve diventare induista o buddista, ne l'induista o il buddista devono farsi cristiani, ma ciascuno deve assimilare lo spirito degli altri pur conservando la propria individualità e svilupparsi in base alle proprie regole… Santità, purezza e carità non sono patrimonio esclusivo di alcuna chiesa nel mondo, e ogni sistema ha prodotto uomini e donne della natura più elevata".
La ricerca di un punto d'incontro tra le religioni del mondo ha implicazioni non solo individuali, ma anche sociali, specialmente in regioni dove esiste un conflitto endemico. Il professor Hizkias Assefa, quand'era direttore della Nairobi Peace Iniziative, dichiarò: "In molte fedi e religioni esistono valori e concetti di tolleranza che possono rinforzare l'impegno collettivo alla ricerca di una pace per questo nostro mondo tormentato".
Il progresso di questo movimento per la tolleranza, tuttavia, ha subito un severo arresto nel primo decennio del ventunesimo secolo. La distruzione delle torri gemelle a New York, da parte di estremisti musulmani, ha segnato l'inizio di un periodo in cui il nesso a livello mondiale tra politica e religione si è fatto più stretto di quanto non fosse stato per centinaia di anni. Il risentimento dei meno privilegiati, tra cui molti musulmani, nei confronti del predominio di Stati Uniti ed Europa, combinato con il risveglio del fondamentalismo religioso tra musulmani e anche cristiani, ha creato una situazione in cui molti appartenenti ad entrambe le comunità, vedono negli "altri" dei nemici. Il conflitto apparentemente irresolubile tra Israele e i Palestinesi, che trova ebrei contro musulmani, in aggiunta al coinvolgimento americano e britannico in paesi a prevalenza islamica come l'Iraq e l'Afganistan, rendono questa scena ancora più adombrata.
Questi sviluppi negativi colpiscono in modo diretto il Medio Oriente, che si trova al centro della tempesta. Perfino nel passato, almeno durante gli ultimi cento anni, la storia della regione ha conosciuto un notevole aumento del livello di tolleranza e comprensione tra le fedi diverse. In Israele, l'intenso attaccamento delle tre religioni monoteistiche ad una terra su cui ognuna di queste ha dominato in epoche diverse, e dove tuttora vivono i seguaci delle rispettive religioni, rende il paese terreno molto impegnativo per chi crede nei valori di un'attività interreligiosa.
L'emersione a livello mondiale di due distinte tendenze presso i capi religiosi e i loro seguaci, è stato il punto focale delle discussioni tenute in incontri interreligiosi come le quadriennali World Assemblies, che fanno parte della ONG Religions for Peace (già nota come World Conference for Religion and Peace).
La prima delle due tendenze può essere descritta ampiamente dalla parola "interreligiosa", che significa riconoscimento della validità di tutte le tradizioni appartenenti alle religioni principali e necessità di rispetto reciproco e lavoro comune. Gli aspetti positivi di questo concetto sono un sincero impegno per studiare e riconoscere la sincerità delle convinzioni dell'altra parte. Tutto ciò si accompagna al desiderio di convogliare gli aspetti più tolleranti del credo religioso verso la creazione di una pace e di un'armonia tra i popoli. Come già accennato, questa tendenza ha guadagnato terreno nel corso dell'ultimo secolo.
La seconda tendenza, quella "fondamentalista", riflette il desiderio di tornare alla dottrina originale dei fondatori di ciascuna religione, interpretandone alla lettera gli scritti sacri. Tale ritorno al credo fondamentale può generare un senso di gran certezza tra i credenti, che credono di aver trovato un rifugio nella sicurezza della fede.
Entrambi gli orientamenti possiedono i loro punti deboli. Una concezione interreligiosa può facilmente portare ad un certo vago idealismo capace di diluire l'essenza di ciascun sistema religioso, riflettendo una buona volontà generalizzata e piuttosto insulsa, che alla fine risulta inefficace e poco convincente. Al contrario, il fondamentalismo, che è chiaramente delineato, spesso implica un forte elemento di fede accompagnato da intolleranza. La sicurezza avvertita dai fedeli si manifesta spesso in atteggiamenti d'ostilità verso gli appartenenti a religioni diverse. Ciò è chiaramente individuabile negli eventi successivi all'11 settembre 2002 che, come già rilevato, provocarono un netto cambiamento di posizione presso molti tra i credenti delle tre religioni monoteistiche, rendendo ancora più difficile i compiti di chi cerca di promuovere la tolleranza e la comprensione reciproca.
Rapporti interreligiosi in Israele - una situazione complessa
L'approccio alla questione delle relazioni interreligiose in Israele è complicato dalla necessità di considerare non solo le relazioni quotidiane tra le diverse fedi nel paese stesso, ma anche di allargare la prospettiva includendo elementi aggiuntivi. Per cristiani, ebrei e musulmani, Gerusalemme - la capitale d'Israele - è una città santa, come lo è il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Questa è la patria degli ebrei e il centro della loro fede, mentre per i cristiani meta di pellegrinaggio verso i luoghi dove Gesù visse e morì; per i musulmani invece, come dichiarato in una relazione UNESCO commissionata di recente, "la massima importanza di Gerusalemme come terza città santa (dopo Mecca e Medina) non è mai stata messa in dubbio".
Per i membri delle tre fedi, Israele ha un significato speciale. Ogni religione possiede santuari e siti religiosi a cui è legata e sui quali esiste una continua lotta per mantenerne egemonia e controllo. Questa situazione aggiunge alle relazioni reciproche fra le tre religioni principali del paese un aspetto che oltrepassa la sfera locale, attribuendo speciale importanza ai rapporti con i correligionari al di fuori d'Israele, nonché ai movimenti di carattere spirituale, intellettuale e teologico attivi all'interno delle più larghe comunità religiose di appartenenza.
In Israele, tra i praticanti di tutte le religioni, è possibile trovare sia chi sostiene l'armonia tra le religioni, sia chi interpreta la fede con osservanza letterale delle scritture. Quest'ultimo gruppo ha spesso atteggiamenti ostili nei confronti di credi diversi dal suo: in molti casi tale atteggiamento è imputabile all'ignoranza, ma più spesso ad una viva fede, facilmente manipolabile da capi religiosi che hanno poco interesse per la tolleranza reciproca.
In Israele, quelli che credono nella tolleranza interreligiosa ottengono sostegni di carattere intellettuale da organizzazioni che si occupano di attività interreligiose su scala mondiale, come la Religions for Peace per esempio, o da organizzazioni che incoraggiano la tolleranza tra le fedi, come il Council for Christians and Jews, nonché da individui all'interno delle rispettive religioni che credono nella tolleranza interreligiosa. I contributi finanziari sono giunti nel corso degli anni da alcune fondazioni internazionali.
I fondamentalisti invece, sono incoraggiati da forze provenienti da fuori del paese, come il Pentecostalismo protestante dagli USA, costante nel suo appoggio ad Israele senza riguardo verso i musulmani, o da insegnanti musulmani delle grandi scuole islamiche del Medio Oriente, alcuni dei quali forniscono sostegni teologici al concetto della "Jihad".
Sotto questo aspetto, come sotto tanti altri ancora, Israele rappresenta un microcosmo del mondo intero dove la tolleranza fronteggia il fanatismo e la lotta tra queste forze viene combattuta su di una grande varietà di questioni e in molti modi. Naturalmente quindi, le relazioni interreligiose in Israele sono state influenzate sfavorevolmente dagli eventi globali che susseguirono l'anno 2002.
Quando il filosofo Martin Buber immigrò in Israele nel 1938, iniziò ad insegnare una sorte di umanitarismo ebraico. Questa filosofia invocava il riconoscimento reciproco tra le fedi, basandosi sul riconoscimento dell'esistenza di alcuni concetti di base che sono comuni ad ebraismo, islam e cristianesimo e, in effetti, a tutte le grandi religioni. Forse non sorprende che Buber incontrò ostilità notevoli presso i circoli ebraico-ortodossi, e che mai ottenne in Israele quell'alto livello di apprezzamento e riconoscimento di cui aveva goduto in Europa prima della II guerra mondiale.
Ciò nonostante Buber riuscì a circondarsi di un gruppo di individui - cristiani, ebrei e musulmani - che condividevano la sua Weltanschauung. Con il loro aiuto stabilì la Israel Interfaith Association, il cui obiettivo era migliorare le relazioni fra i fedeli delle tre religioni principali in Israele. Nel corso degli ultimi 40 anni, l'associazione ha condotto un'ampia gamma di seminari e conferenze, ha pubblicato libri ed opuscoli ed è stata attiva nell'ambito di organizzazioni internazionali dedicate a creare una tolleranza globale tra i rappresentanti delle diverse religioni.
L'influenza di Buber e dei suoi seguaci, tuttavia, ebbe un impatto alquanto limitato nel paese. Le ragioni di ciò sono diverse: una era che il clima politico in Israele non era bendisposto. Molti israeliani e le loro famiglie infatti avevano sofferto per mano cristiana in Europa durante l'olocausto. Altri, meno emotivamente, ma lo stesso dolorosamente, avevano perso i loro beni liquidi ed immobili quando dovettero scappare dai vari paesi arabi negli anni 50. I sentimenti di ostilità degli israeliani verso l'Islam fu esacerbato dal fatto che le guerre d'Israele furono combattute contro gli stati confinanti di popolazione prevalentemente musulmana, sebbene i loro governi fossero di natura laica. Gli eventi dell'ultima decade poi non hanno certo contribuito a migliorare questa ostilità.
Israele è sempre stato governato da amministrazioni fondamentalmente laiche, sia quelle di matrice socialista, relativamente indifferenti a qualsiasi religione, sia quelle di matrice nazionalista. Per quest'ultime la religione ebraica era essenzialmente uno strumento di configurazione dello stato e un mezzo per rinforzare l'identità nazionale. I cristiani e i musulmani di Israele (tutti virtualmente arabi) erano percepiti da entrambi gli schieramenti politici come potenzialmente inaffidabili politicamente. Mentre da un lato le autorità del paese sono sempre state corrette nei confronti di tutte le istituzioni religiose ed hanno sempre protetto i luoghi santi cristiani e musulmani - in conformità con lo status quo già stabilito durante il governo ottomano alla fine del XIX secolo - d'altro lato hanno mostrato poco interesse nel promuovere tra la maggioranza ebraica una migliore tolleranza nei confronti delle minoranze.
La maggioranza degli ortodossi o nazional-religiosi, che costituiscono il dieci per cento della popolazione ebraica (o il quindici, secondo altre opinioni), ha la tendenza di vedere nelle altre religioni entità ostili da contrastare su tutti i livelli. Tra di essi, molti si oppongono con tutte le forze alla creazione di un dialogo interreligioso con persone di fedi diverse. I capi e le congregazioni di questa comunità sono sempre stati indifferenti oppure attivamente contrari alla tolleranza interreligiosa.
La gran maggioranza degli ebrei, siano questi ortodossi, di credo religioso moderato o laici, conosce pochissimo le principali credenze delle altre religioni. La maggior parte dei giovani israeliani non si è mai incontrata con un cristiano o un musulmano a livello sociale.
L'atteggiamento dei musulmani, del resto, non è stato più positivo. Nel 1948, i paesi arabi che invasero Israele furono sconfitti nella guerra che ne seguì, e gli arabi che non divennero profughi si trovarono ad essere una minoranza all'interno dello stato ebraico. Impararono l'ebraico e seppero adattarsi a vivere in una società prevalentemente ebraica. I loro capi invece, se comunisti, erano attivamente ostili a tutte le religioni, se preti islamici, erano inclini a vedere nell'ebraismo la religione degli oppressori che, a loro parere, li avevano trasformati in cittadini di seconda categoria.
I musulmani in generale hanno mostrato poco interesse nell'attività interreligiosa e le loro conoscenze sulle religioni dei loro vicini sono, se mai, perfino inferiori a quelle di cristiani ed ebrei. Nonostante questo, non sono mancate personalità musulmane importanti che presero parte ad attività interreligiose, ma sono state poche di numero e i loro tentativi sono stati offuscati dal fatto che molti ebrei israeliani identificano l'Islam con la violenza predicata da Hisballah in Libano e da Hamas a Gaza, i movimenti armati musulmani principali oppositori del processo di pace.
Gli arabi cristiani che vivono in Israele (meno del tre per cento della popolazione), per lo più appartenenti alla chiesa greco-ortodossa o greco-cattolica, hanno spesso esitato di fronte alle iniziative interreligiose. Infatti, un coinvolgimento in queste iniziative era avvertito come potenzialmente pericoloso per la loro già debole posizione rispetto ai musulmani. Quindi si astennero da qualsiasi attività che potesse fornire agli arabi musulmani motivo di crederli impegnati in un dialogo positivo con gli ebrei.
Negli ultimi anni, l'opposizione ad alcuni aspetti della politica governativa israeliana ha cercato di unire cristiani e musulmani. Tuttavia resta dubbio fino a che punto le reciproche posizioni di base siano cambiate. I cristiani hanno paura dei musulmani, in particolare di quelli fondamentalisti, e i musulmani tendono a considerare i cristiani come non completamente affidabili e, in qualche modo, troppo vicini all'occidente.
I cristiani, gli ebrei e i musulmani d'Israele tendono a restare all'interno delle proprie culture e società, e di conseguenza conoscono poco le altre confessioni religiose. Questa situazione si riflette nei programmi di studio di entrambi i sistemi scolastici, quello ebraico e quello arabo, dove i riferimenti alle altre fedi sono minimi. È possibile affermare onestamente che il ministero dell'educazione israeliano non si sia molto impegnato nella revisione dei programmi di studio al fine di rendere i giovani meglio informati sulle diverse fedi.
Contributi positivi all'attività interreligiosa
Nonostante tutto, l'incoraggiamento all'attività interreligiosa è arrivato da diverse direzioni. A spianare la strada sono stati i rappresentanti delle chiese cristiane estere, cattolica e protestante, che vivono in Terra Santa per motivi religiosi, aiutando nella cura dei luoghi santi cristiani, assumendo vari incarichi concernenti i pellegrinaggi e conducendo attività educativa e sociale, per lo più tra la popolazione araba.
Tra questi, i cattolici fanno parte di una chiesa che negli ultimi 50 anni si è allontanata dalle precedenti posizioni di duro antagonismo nei confronti delle altre confessioni cristiane, della comunità ebraica e delle altre fedi. Nel 1962 la chiesa, sotto la guida di Papa Giovanni XXIII, rimosse dalla liturgia certo materiale macchiato di antisemitismo dando via a nuove relazioni tra il cristianesimo e l'ebraismo. Circa nello stesso periodo, le relazioni tra la chiesa cattolica e le chiese anglicane e luterane migliorarono considerevolmente e fu stabilito un dialogo con le comunità orientali, quella greco-ortodossa, l'armena, la chiesa copta egiziana e altre ancora.
La decisione, presa nel 1964, di fondare un istituto ecumenico a Tantur, nei pressi di Betlemme, servì come simbolo del desiderio della chiesa cattolica di estendere alla Terra Santa la sua nuova politica di riconciliazione. Tantur offre oggi una serie di corsi per gli ecclesiastici cristiani che desiderano familiarizzarsi con la terra della Bibbia. Nei corsi è incluso materiale di studio progettato per approfondire la comprensione dell'ebraismo e dell'islam, mentre nel corpo insegnante sono compresi cristiani, ebrei e musulmani. Parimenti importante, l'istituto serve come punto d'incontro per gli israeliani e i palestinesi che desiderano condividere esperienze o discutere delle proprie differenze in uno spirito creativo. Tantur offre un'atmosfera sicura per dialogare in tranquillità.
Un importante religioso cattolico, il defunto Padre Bruno Hussar, si avventurò in nuovo territorio quando, negli anni 80, si adoperò per la fondazione del villaggio agricolo Nevè Shalom, vicino a Gerusalemme, dove famiglie arabe ed ebree vivono insieme e dove esiste un centro interreligioso per la meditazione.
Anche altre chiese cristiane d'origine europea e nordamericana sono state ansiose di migliorare il dialogo interreligioso in Israele. La chiesa presbiteriana scozzese, le chiese protestanti svedesi, la chiesa riformata olandese e altre, hanno promosso attività volte ad incoraggiare la tolleranza interreligiosa.
Forse le iniziative più riuscite sono quelle tenute nelle aree rurali della Galilea che sono abitate da cristiani, musulmani ed ebrei. Tra queste vi è quella di Elias Jabbour, la cui "Casa della speranza" nella piccola città di Shfaram, vicino a Haifa, offre attività studiate per impegnare le comunità locali - cristiane, musulmane ed ebraiche - nella comunicazione e nel dialogo. Padre Elias Chacour, un radicale ed energico prete greco-ortodosso nel villaggio di Ibellin, nella Galilea occidentale, ha fondato un'ottima scuola media dove gli studenti sono cristiani e musulmani, e numerosi insegnanti sono ebrei.
Altre forze positive, dal punto di vista interreligioso, sono due correnti dell'ebraismo, il movimento "Conservatore" e quello "Riformato": entrambi, pur continuando ad avere grandi problemi nel paese in quanto osteggiati dagli ortodossi, sono tuttavia più aperti al dialogo con le altre fedi. Anche singoli rabbini ortodossi sono stati attivi, tra questi Rav David Rosen. Già capo rabbino d'Irlanda, occupa oggi una posizione unica nel dialogo interreligioso con il ruolo di direttore internazionale per gli affari religiosi presso l'American Jewish Committee, copresidente di Religions for Peace e membro attivo in molte iniziative a livello mondiale dedicate alla tolleranza religiosa. Rav Rosen ha avuto parte rilevante nei negoziati che si conclusero con il riconoscimento di Israele da parte del Vaticano nel 1993 e con l'instaurazione di una commissione bilaterale per il dialogo tra il capo rabbinato d'Israele e la Santa Sede. Sviluppo questo molto rilevante, che consente ad ebrei e cattolici di esaminare con regolarità le proprie relazioni e rispondere alle sfide poste alla reciproca tolleranza.
Vale anche notare che il ministero degli esteri israeliano è stato un grande sostenitore dell'attività interreligiosa. Questa disponibilità sembra un'indicazione della tendenza prevalente della politica estera israeliana che cerca di promuovere la tolleranza interreligiosa con gli scopi di migliorare le relazioni con gli altri paesi e con le varie minoranze all'interno del paese stesso (pur senza dedicare risorse a questo scopo).
L'impegno della già menzionata Israel Interfaith Association, aumentò con la fondazione del Interreligious Coordinating Council in Israel (ICCI) nel 1991, che ha il compito di promuovere la tolleranza interreligiosa e l'armonia culturale in Israele e di fungere da centro d'assistenza informativo sull'attività interreligiosa in Israele e all'estero. L'ICCI promuove anche iniziative destinate a riunire tutti quelli che cercano di capire meglio il credo l'uno dell'altro. Recentemente l'ICCI ha sviluppato particolarmente le attività che coinvolgono i giovani e le donne.
Tra le circa 60 organizzazioni che fanno parte dell'ICCI, alcune, come la Ecumenical Theological Fraternity - un gruppo di teologi ed ecclesiastici di orientamento accademico - sono interessate soprattutto nel dialogo cristiano-ebraico, mentre altre, come il Seminar Centre for Pluralism presso il Kibbutz Malkiya, sono impegnate nella promozione delle relazioni a livello comunitario. Certe istituzioni, come le Sisters of Sion, un ordine cattolico fondato nella metà del XIX secolo per promuovere la tolleranza cristiano-ebraica, lavorano già da molto tempo nel campo interreligioso, mentre altre sono di formazione più recente. In ogni caso bisogna notare che alcune delle organizzazioni che fanno parte dell'ICCI sono specificamente musulmane.
Particolarmente attivo è stato il Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations che ha cercato di estendere il coinvolgimento della società ebraica israeliana con le comunità cristiane locali. Oltre che a promuovere la tolleranza tra gli ebrei e gli arabi cristiani locali, le sue iniziative sono dirette a vincere l'ignoranza e gli stereotipi negativi. Nonostante questo centro esista soltanto dal 2004, le sue attività nel 2008 sono riuscite a coinvolgere quasi 4000 persone.
Un'altra organizzazione impegnata in questioni interreligiose, la Interfaith Encounter Association, non solo ha operato all'interno d'Israele, ma ha fatto molti sforzi per allargare l'azione dell'attività interreligiosa cercando di includervi alcune comunità palestinesi. L'associazione ha organizzato un'ampia varietà d'incontri riuscendo a coinvolgere - come annunciato nella sua relazione annuale - più di quattromila persone. Particolare importanza è stata data alla formazione di gruppi di donne provenienti da confessioni religiose diverse.
La maggior parte del dialogo interreligioso in Israele, nel corso degli ultimi 60 anni, si è dedicato al miglioramento delle relazioni tra chiesa cristiana ed ebrei chiarificando le reciproche incomprensioni teologiche. Oggi, esiste un desiderio comune a tutti coloro coinvolti in attività interreligiose nel paese, di ampliare questo dialogo per includere un maggior numero di comunità locali, cristiane, musulmane, nonché rappresentanti della comunità ebraica ortodossa. I progressi in questa direzione tuttavia sono lenti.
Un'importante conferenza internazionale, tenuta a Gerusalemme negli anni 90, fu una manifestazione positiva del valore del dialogo interreligioso. In quell'occasione si incontrarono circa 600 personalità, cristiani ed ebrei, per discutere di questioni poste alla religione dalla scienza e dai recenti sviluppi sociali. Partecipavano alla conferenza importanti cardinali, il patriarca latino di Gerusalemme (un arabo cristiano), l'arcivescovo di Canterbury, vescovi provenienti dall'Africa e dall'Asia, i capi rabbini della Francia e del Sud Africa, rabbini ed accademici israeliani, scienziati e sociologi: tutti mescolati insieme in modo tale che sarebbe stato inimmaginabile soltanto poche decadi prima. Alla conferenza si opposero i circoli degli ebrei ortodossi, ma nonostante ciò l'iniziativa ebbe successo anche se il suo impatto a lungo termine fu limitato.
Lo stesso si può dire a proposito di un incontro sensazionale tenuto nel 2002, che simbolizzò il riconoscimento da parte dei capi religiosi - locali e non - della necessità di assumere un ruolo nella risoluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. Sotto gli auspici dell'arcivescovo di Canterbury, i capi religiosi, compresi il capo rabbino sefardita d'Israele, il gran sceicco di Al Azar d'Egitto, prominenti sceicchi musulmani dalla West Bank, e i capi di diverse confessioni cristiane di Gerusalemme e altri luoghi, si incontrarono in Alessandria d'Egitto e firmarono la cosiddetta "Dichiarazione d'Alessandria" che esortava tutte le parti del conflitto a reprimere la violenza comandando ai fedeli di tutte e tre le religioni di esercitare tolleranza e comprensione nel tentativo di promuovere la pace. Nonostante questo, non è facile individuare alcun risultato proveniente direttamente dalla Dichiarazione d'Alessandria, e i seguenti tentativi di organizzare ulteriori incontri volti ad influenzare il corso politico in modo diretto non ebbero alcun impatto apparente. In generale, è possibile affermare che la direzione religiosa non abbia avuto un ruolo significativo nel promuovere la pace, almeno fino ad oggi e da quanto risulta pubblicato attraverso i media, anche se naturalmente esiste sempre la possibilità che un'influenza di questo tipo venga esercitata da dietro le quinte.
Più recentemente, un importante dialogo ebbe luogo sotto gli auspici del World Congress of Imams and Rabbis for Peace che, in una conferenza tenuta in Spagna nel 2006, creò un comitato per la protezione dei luoghi santi di cui, tra gli altri, fanno parte il Rav Cohen, capo rabbino di Haifa, e l'Imam Imad Al Falouji di Gaza. Il congresso ha anche iniziato programmi educativi per far conoscere ai giovani gli insegnamenti principali delle tre fedi abramitiche e la loro attinenza alla tolleranza.
Conclusione
Oggi, come abbiamo osservato, vasti settori sono ancora sostanzialmente esclusi dal dialogo interreligioso: la grande maggioranza dei musulmani (sia i leader sia le congregazioni) così come la maggior parte dei rabbini e delle comunità ebraiche ortodosse. L'atteggiamento verso le attività interreligiose da parte dei cristiani locali è molto vario, ma esistono segni che la loro leadership stia diventando più consapevole delle questioni interreligiose e che un maggiore numero di cristiani vi stia prendendo parte. Nonostante ciò, gli unici settori rappresentati in queste attività sono il settore dei cristiani "occidentali", che traggono la loro forza dai contatti con l'estero, il settore ebraico liberale, e alcuni singoli capi religiosi dalle vedute più larghe di quelle della maggior parte dei loro colleghi.
Chi guarda al dialogo interreligioso con l'intento di trasformare le relazioni tra le varie comunità in Israele o di promuovere una pace durevole nella regione è forse poco realistico. La religione in Israele e nel medio Oriente è di solito un motivo principale di discordia piuttosto che d'armonia. Ma questo non vuol dire che i tentativi interreligiosi siano una perdita di tempo. Il processo lento e doloroso verso il riconoscimento e la tolleranza reciproci è già riuscito a colmare alcune crepe esistenti tra ebrei e cristiani e tra diverse chiese cristiane, ed è destinato a continuare in Israele, malgrado le battute d'arresto e la difficile atmosfera politica. L'ascesa del fondamentalismo religioso, che rinforza l'odio e il sospetto verso gli altri, aggiunge nuova urgenza a questi sforzi.
L'attività interreligiosa in Israele, come chiarito, è per lo più un'attività di minoranza. Relativamente pochi israeliani, non importa di che credo religioso, vi sono coinvolti direttamente e le attività delle varie organizzazioni menzionate in questo articolo si svolgono principalmente a Gerusalemme e in Galilea, per l'ovvia ragione che in queste zone si trova la maggioranza delle comunità musulmane e cristiane. Per cambiare questo stato di cose, sarebbe necessario che il governo israeliano assumesse un atteggiamento più positivo nei confronti della tolleranza interreligiosa e, forse ancora più importante, sarebbero necessari investimenti finanziari da parte delle varie organizzazioni religiose coinvolte o di donatori internazionali. La mancanza di fondi pone severi limiti alle attività di tutte le organizzazioni interreligiose nel paese, ed impedisce la creazione di centri interreligiosi e il lancio d'iniziative, da parte dei rappresentanti delle tre religioni, nei campi dell'educazione e delle relazioni comunitarie, iniziative che potrebbero aiutare nella promozione attiva della tolleranza presso più vasti settori della popolazione.
Bisogna sperare che la religione possa diventare a lungo termine uno strumento in grado di promuovere pace e tolleranza invece di aumentare odio e pregiudizi. Come disse l'ex patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah: "Noi, le tre comunità appartenenti alla fede abramitica - cristiani, musulmani ed ebrei - siamo testimoni dello sfruttamento e della manipolazione della religione da parte di fedeli che vogliono favorire il fanatismo nel nome di Dio alle spese dell'essere umano e delle comunità. Questo significa sostituire il Dio di santità, verità e amore totale con idoli grezzi plasmati dal diavolo insito in ciascuno di noi. Sta a tutti noi scoprire la santità, la trascendenza di Dio e il suo amore, che sono le guide autentiche verso l'accettazione e il rispetto reciproci nella vita quotidiana, per rinnovare la faccia del nostro paese e della nostra Gerusalemme, madre e patria spirituale di tutti i credenti".